La parola tecnica deriva dal greco τέχνη [téchne], “arte”. Arte non nel senso di fantasia, ma nel senso del lavoro dell’artigiano, ossia competenza, perizia, saper “mettere le mani in pasta“.

Ecco dunque che la tecnica è connessa con l’esperienza, con il “sapere di che cosa si sta parlando”, averci già “messo mano“, aver “modellato” il proprio intervento sulla materia viva.
La mia tecnica ha tre “sorgenti” principali. La prima, innegabilmente, è la mia stessa storia di vita, che mi ha messo a diretto contatto con una varietà di disturbi e di sintomi (qui può leggere un breve estratto della mia storia).
Avendo un travagliato e lungo percorso personale, di tecniche ne ho provate moltissime…sulla mia stessa pelle!
La seconda sorgente – altrettanto importante, o per certi versi, ancora di più – è l’esperienza maturata dai terapeuti esperti e comunicata attraverso i resoconti clinici.
La terza sorgente – anch’essa fondamentale – è quella maturata dagli scienziati psicologi, che in rigorosi trial scientifici, hanno studiato quali tecniche funzionano su specifici disturbi.
Le “fonti” di ispirazione per le tecniche sono dunque tre: l’esperienza personale, i resoconti clinici, e gli studi scientifici. Della prima si parla in una pagina a parte…Affrontiamo qui la seconda e terza.
I resoconti clinici

I resoconti clinici sono racconti personali e dettagliati di famosi psicologi/psichiatri rispetto alle psicoterapie condotte da loro stessi.
Il valore di questi studi è quello di mettere a diretto contatto con l’esperienza dello psicologo, fatta di pazienti in carne ed ossa e di problemi reali. Ma soprattutto, di come questi problemi sono stati affrontati con successo!
Ho studiato centinaia, probabilmente migliaia di storie cliniche nella mia vita di Psicologo. Penso che un ottimo esempio di questo approccio “on the ground” sia il libro della psicoanalista Nancy McWilliams, la Diagnosi Psicoanalitica [1].
Il valore inestimabile della saggezza clinica è che descrive problemi che sembrano insolubili in una terapia (“le impasse“, in gergo tecnico) e come grandi clinici le hanno superate, con delle intuizioni interpersonali a volte geniali.
Per esempio, Nancy McWilliams ci racconta come davanti ai continui tentativi di sabotaggio della terapia (“nulla funziona!…sto sempre uguale…”), la mossa terapeutica vincente sia stata fare ammissione di impotenza e passare il testimone in mano al paziente:
“Io mi sento veramente impotente in questo momento, sembra che nulla di quello che faccio possa aiutarla. Può dirmi lei come pensa che io possa agire?”
I resoconti clinici hanno quindi un valore utilissimo.
Tuttavia, non sono perfetti. Il limite di questo approccio è la loro irripetibilità e in qualche senso arbitrarietà. Spesso queste narrative non si sono accompagnate alla somministrazione di misure oggettive che abbiano potuto comprovare quanto questi psicologi affermano riguardo all’evoluzione della sintomatologia dei loro pazienti. Quindi dobbiamo relativizzare quanto riportato, non tanto per un fattore di malafede o frode, che auspicabilmente dovrebbe riguardare la minoranza dei casi, quanto per i bias inconsci sia del terapeuta sia del paziente.
Gli studi scientifici

Dall’altro lato invece ci sono i rigorosi studi scientifici. Essi sono i Randomized Clinical Trials (RCT), cioè trial clinici randomizzati, che testano sperimentalmente una data psicoterapia, su un dato disturbo/popolazione, e quanto essa sia efficace.
Il valore di questi studi è che dimostrano innegabilmente e oggettivamente uno specifico set di tecniche rispetto ad un determinato tipo di patologie. Sono gli studi grazie ai quali possiamo dire che la Psicoterapia funziona oggettivamente (addirittura cambia il cervello!) e che l’omeopatia, per esempio, non funziona.
Essi sono imprescindibili, almeno dialetticamente, per qualunque terapeuta che voglia avere un approccio scientifico al proprio lavoro, altrimenti si finisce nel “tutto vale“, e la psicoterapia diventa la stessa cosa dell’astrologia e dei fiori di Bach.
Un ottimo esempio di psicoterapia basata sull’evidenza è il recente opuscolo di “Linee Guida e indirizzi di Buona Pratica Clinica” redatto dalla Società Italiana di Terapia Cognitivo Comportamentale nell’Ottobre 2024 [2].
Lo svantaggio di questo approccio è che la psicoterapia è un processo difficilmente “protocollizzabile” in maniera rigida, ossia uguale da terapeuta a terapeuta (“l’effetto terapeuta”) e da paziente a paziente (“l’effetto paziente”).
Infatti spesso i “disturbi puri” non esistono ed i pazienti usati negli studi sono in qualche modo idealizzati.
Si rischia dunque che ciò che viene studiato, per quanto oggettivo, sia molto distante dalla pratica clinica reale.
Inoltre, uno dei limiti intrinseci degli studi scientifici è che, ovviamente, essi sono testati solo su psicoterapie che sono supportate da grandi fondi economici (gli studi costano un sacco di soldi). Spesso ci sono molti interessi economici sugli studi di efficacia, potenzialmente rendendo i risultati passibili di “spinte” di potere e mode.
Un po’ di mente, un po’ di cuore

Yin e Yang.
Il set di tecniche è eterogeneo e sartorializzato sullo/la specifico paziente, con un misto di “soggettività” personale, “soggettività” altrui e dati scientifici oggettivi.
In ogni caso: non penso che un buon percorso possa essere definito esclusivamente da un set specifico di tecniche, quanto ad un’ineffabile mix di mente e cuore. Per questo, se un occhio è sempre rivolto al mondo concreto dei sintomi, dei comportamenti e delle emozioni, l’altro occhio – quello dell’ “oltre” – è rivolto al profondo, agli smottamenti lenti ma inesorabili che si accompagnano ad una vera ristruttuazione della personalità.
Si potrebbe dire che se un occhio è rivolto alla materia e alla praticità, l’altro è rivolto al cuore e allo spirito. Un percorso che si regga su una sola di queste due “gambe” finirebbe per essere monco e pericoloso.
Bibliografia
[1] McWilliams, N. (2011). Psychoanalytic diagnosis: Understanding personality structure in the clinical process. Guilford Press.
[2] Baiardini, Ilaria, and Giancarlo Dimaggio. “Editoriale. Linee guida e indirizzi di buona pratica clinica, il ruolo delle terapie cognitivo-comportamentali: Parte 2–I disturbi sintomatici.” Quaderni di Psicoterapia Cognitiva-Open Access 54 (2024). https://journals.francoangeli.it/index.php/qpcoa/issue/view/1427